Chi vuol muovere il mondo, muova prima se stesso. (Socrate)

sabato 27 dicembre 2008

Ciao a tutti Orientalisti Sollevanti e Non!

Il blog resta in vita anche durante queste vacanze natalizie.

Ho pubblicato di seguito due articoli riguardanti le proteste aldilà dei confini italiani. Il primo (in ordine di pubblicazione) proveniente da El Pais tratto dal settimanale Internazionale, purtroppo non ho trovato il giorno di pubblicazione dell'articolo sul quotidiano spagnolo; il secondo è una lettera dei militari greci coinvolti nella soppressione delle proteste studentesche divampate nella penisola ellenica.

Infine ho postato un video o come l'ha chiamato l'autrice Marta "una sorpresina" per tutti noi che da tre mesi a questa parte siamo in mobilitazione.

Dunque ragazzi, buon proseguimento di vacanze e Auguri!!!

Lettera di militari greci che si rifiutano di reprimere la lotta di Studenti e Lavoratori

Centinaia di soldati dei 42 campi dell’esercito dichiarano: ci rifiutiamo di diventare una forza di terrore e repressioneSiamo dei soldati da ogni parte della Grecia [è necessario qui osservare che in Grecia è ancora in vigore la coscrizione e che riguarda tutti i greci maschi; la maggior parte o forse anche tutte le persone che firmano questo sono legati al popolo che al momento stanno servendo nel servizio militare obbligatorio - non reclute dell’esercito] . Soldati ai quali, a Hania, è stato ordinato di opporsi a studenti universitari, lavoratori e combattenti del movimento antimilitarista portando le nostre armi e poco tempo fa. [Soldati] che portano il peso delle riforme e della "preparazione" dell’esercito greco. [Soldati che] vivono tutti i giorni attraverso l’oppressione ideologica del militarismo, del nazionalismo dello sfruttamento non retribuito e della sottomissione ai "[nostri] superiori". Nei campi dell’esercito [nei quali serviamo], sentiamo di un altro "incidente isolato": la morte, provocata dall’arma di un poliziotto, di un quindicenne di nome Alexis. Sentiamo di lui negli slogan portati sopra le mura esterne del campo come un tuono lontano. Non sono stati chiamati incidenti anche la morte di tre nostri colleghi in agosto? Non è stata pure chiamata un incidente isolato la morte di ciascuno dei 42 soldati che sono morti negli ultimi tre anni e mezzo? Sentiamo che Atene, Thessalonica ed un sempre crescente numero di città in Grecia sono diventate campi di agitazione sociale, campi dove viene recitato fino in fondo il risentimento di migliaia di giovani, di lavoratori e di disoccupati. Vestiti con uniformi dell’esercito ed "abbigliamento da lavoro", facendo la guardia al campo o correndo per commissioni, facendo i servitori dei "superiori", ci troviamo ancora lì [in quegli stessi campi]. Abbiamo vissuto, come studenti universitari, come lavoratori e come disperatamente disoccupati, le loro "pentole d’argilla", i "ritorni di fiamma accidentali" , i "proiettili deviati", la disperazione della precarietà, dello sfruttamento, dei licenziamenti e dei procedimenti giudiziari. Ascoltiamo i mormorii e le insinuazioni degli ufficiali dell’esercito, ascoltiamo le minacce del governo, rese pubbliche, sull’imposizione dello "stato d’allarme". Sappiamo molto bene cosa ciò significhi. Viviamo attraverso l’intensificazione [del lavoro], aumentate mansioni [dell’esercito] , condizioni estreme con un dito sul grilletto. Ieri ci è stato ordinato di stare attenti e di "tenere gli occhi aperti". Ci chiediamo: A CHI CI AVETE ORDINATO DI STARE ATTENTI? Oggi ci è stato ordinato di stare pronti ed in allarme. Ci chiediamo? VERSO CHI DOVREMMO STARE IN ALLARME? Ci avete ordinato di stare pronti a far osservare lo stato di ALLARME:
• Distribuzione di armi cariche in certe unità dell’Attica [dove si trova Atene] accompagnata anche dall’ordine di usarle contro i civili se minacciate. (per esempio, una unità dell’esercito a Menidi, vicino agli attacchi contro la stazione di polizia di Zephiri)
• Distribuzione di baionette ai soldati ad Evros [lungo la frontiera turca]
• Infondere la paura nei dimostranti spostando i plotoni nell’area periferica dei campi dell’esercito
• Spostare per protezione i veicoli della polizia nei campi dell’esercito a Nayplio-Tripoli- Korinthos
• Il "confronto" da parte del maggiore I. Konstantaros nel campo di addestramento per reclute di Thiva riguardo l’identificazione di soldati con negozianti la cui proprietà è stata danneggiata
• Distribuzione di proiettili di plastica nel campo di addestramento per reclute di Corinto e l’ordine di sparare contro i nostri concittadini se si muovessero "minacciosamente" (nei riguardi di chi???)
• Disporre una unità speciale alla statua del "Milite ignoto" giusto di fronte ai dimostranti sabato 13 dicembre come pure mettere in posizione i soldati del campo di addestramento per reclute di Nayplio contro la manifestazione dei lavoratori
• Minacciare i cittadini con Unità Operazioni Speciali dalla Germania e dall’Italia - nel ruolo di un esercito di occupazione - rivelando così il vero volto anti-lavoratori/ autoritario della U.E. La polizia che spara prendendo a bersaglio le rivolte sociali presenti e future. E’ per questo che preparano un esercito che assuma i compiti di una forza di polizia e la società ad accettare il ritorno all’esercito del totalitarismo riformato. Ci stanno preparando ad opporci ai nostri amici, ai nostri conoscenti ed ai nostri fratelli e sorelle. Ci stanno preparando ad opporci ai nostri precedenti e futuri colleghi al lavoro ed a scuola.
Questa sequenza di misure dimostra che la leadership dell’esercito, della polizia e l’approvazione di Hinofotis (ex membro dell’esercito professionale, attualmente vice ministro degli interni, responsabile per "agitazioni" interne), del QG dell’esercito, dell’intero governo, delle direttive della U.E., dei negozianti-come- cittadini- infuriati e dei gruppi di estrema destra mirano ad utilizzare le forze armate come un esercito di occupazione - non ci chiamate "corpo di pace" quando ci mandate all’estero a fare esattamente le stesse cose? - nelle città dove siamo cresciuti, nei quartieri e nelle strade dove abbiamo camminato. La leadership politica e militare dimentica che siamo parte della stessa gioventù.
Dimenticano che siamo carne della carne di una gioventù che sta di fronte al deserto del reale all’interno ed all’esterno dei campi dell’esercito. Di una gioventù che è furibonda, non sottomessa e, ancora più importante, SENZA PAURA. SIAMO CIVILI IN UNIFORME. Non accetteremo di diventare strumenti gratuiti della paura che alcuni cercano di instillare nella società come uno spaventapasseri. Non accetteremo di diventare una forza di repressione e di terrore.
Non ci opporremo al popolo con il quale dividiamo quegli stessi timori, bisogni e desideri/lo stesso futuro comune, gli stessi pericoli e le stesse speranze. CI RIFIUTIAMO DI SCENDERE IN STRADA PER CONTO DI QUALSIASI STATO D’ALLARME CONTRO I NOSTRI FRATELLI E SORELLE. Come gioventù in uniforme, esprimiamo la nostra solidarietà al popolo che lotta e urliamo che non diventeremo delle pedine dello stato di polizia e della repressione di stato.
Non ci opporremo mai al nostro popolo. Non permetteremo nei corpi dell’esercito l’imposizione di una situazione che ricordi i "giorni del 1967"

mercoledì 24 dicembre 2008

Se gli studenti tornano in piazza

In Spagna i giovani si mobilitano contro la riforma dell'università. Cos'hanno in comune con i ragazzi italiani, greci o francesi? Ritratto di un movimento che può incendiare l'intera Europa.

"Ce n'è voluto per farti venire qui stasera?". E' con queste parole che mi accoglie Pablo Pérez, uno studente di vent'anni con lo sguardo da bambino. Con altri trenta studenti, Pablo sta partecipando all'occupazione del rettorato dell'università di Siviglia. E' appena uscito da una riunione con i rappresentanti di tutte le facoltà. Nell'aula di storia è ora di cena. Alcuni mangiano, altri guardano Brian di Nazareth accalcati intorno ad un computer. Più tardi ci si dovrà mettere al lavoro: organizzare riunioni, preparare iniziative, striscioni, dibattiti con i professori.
Pablo e i suoi amici appartengono a quel gruppo di studenti che, con pochi mezzi e molta determinazione è riuscito a mobilitare migliaia di ragazzi contro il cosiddetto processo di Bologna. La protesta ha coinvolto cinque grandi università (due a Barcellona, la Complutense di Madrid, Valencia e Siviglia) e preoccupa le autorità universitarie e il governo. Ma com'è possibile che un progetto per la riforma dell'università europea sottoscritto a Bologna nel 1999 da 29 paesi per rendere più moderna e internazionale l'istruzione superiore, si sia trasformato nove anni dopo in un catalizzatore di proteste, manifestazioni e occupazioni?
Molti universiari ammettono di non conoscere bene il contenuto della riforma, ma la maggioranza ne ha una pessima opinione grazie alla mobilitazione di alcuni gruppi di studenti, che hanno coinvolto nelle proteste anche le scuole superiori e i licei. Margini per tornare indietro e bloccare la protesta non ce ne sono. E comunque gli amministratori degli atenei e i leader politici non sono stati capaci di dissipare i fantasmi della privatizzazione, della mercificazione del sapere e degli altri difetti di cui è accusato il processo di riforma nato a Bologna.
Gli univeristari temono che le aziende finiranno per interferire con l'insegnamento, che le lauree in lettere spariranno perchè non riusciranno ad ottenere finanziamenti privati e che diminuiranno le borse di studio. Un'altra preoccupazione diffusa è che i master -molto più costosi della laurea di primo livello- diventino uno strumento essenziale per trovare un lavoro decente.
Gli errori del governo
Nei campus universitari spagnoli è in corso una lotta impari tra i ragazzi, che comunicano attraverso l'email e i siti di social networking, e gli amministratori, ancora legati ai comunicati da appendere in bacheca. In questo campo, le istituzioni stanno subendo una clamorosa sconfitta. Ed è per questo che i rettori hanno chiesto aiuto al governo.
Ma chi sono gli studentoi che hanno messo in crisi le università? Secondo gli osservatori più critici si tratta di teppisti senza cervello. Per molti altri, invece, sono giovani anticonformisti che protestano senza sapere bene perchè. Borja Pérez, studente di geografia all'università di Siviglia, ha ottimi voti e si interessa al processo di Bologna da anni. Olga Arnaiz ha ventiquattro anni, già due lauree in tasca e due dottorati in vista. Figlia di un giornalista, fa parte del gruppo che coordina la mobilitazione alla Complutense di Madrid.
Per Laura Flores, diciannove anni, al secondo anno di diritto all'università di Siviglia, o per Inés Càmara, matricola belle arti alla Complutense, vivere intensamnte l'università significa anche battersi contro la riforma. "Alcuni si organizzano con le lezioni come meglio possono, altri per adesso hanno smesso di seguirle e si occupano delle proteste a tempo pieno", spiega Mario Souto, studente del terzo anno di fisica a Madrid.
Le attività legate alle proteste occupano gran parte del tempo degli studenti: bisogna organizzare gruppi, preparare i testi informativi, partecipare alle riunioni di coordinamento con le altre facoltà, organizzare i dibattiti e decidere quali azioni concrete realizzare. Lo zoccolo duro è composto da circa quaranta o cinquanta studenti per ogni facoltà, ma la partecipazione è molto più vasta: il movimento è eterogeneo e aperto, e per dire la propria basta essere presenti alle assemblee e alzare la mano.
Osservando la mobilitazione, si capisce che i luoghi comuni sulla scarsa voglia di studiare dei giovani che protestano non hanno nessun fondamento. I primi ad ammetterlo sono i docenti, spesso perplessi nel vedere i loro allivei che partecipano alle assemblee. A volte, raccontano, nei discorsi che si sentono negli atenei spagnoli c'è ancora l'eco del sessantotto, di cui i ragazzi parlano senza saperne molto.
I più coinvolti di solito sono gli studenti delle facoltà umanisitiche. "E' ovvio che sia così. La riforma minaccia soprattutto loro", spiega Javi Ruiz, dell'univeristà di Valencia, dicannove anni e iscritto al terzo anno di filosofia. Nel suo ateneo gli studenti hanno occupato sette facoltà: geografia e storia, filosofia scienze dell'educazione, filologia, psicologia, medicina ed educazione fisica. Virginia Ballestereos è tra i membri dell'assemblea che coordina le proteste. Ha vent'anni ed è al terzo anno di flosofia. "Durante l'estate" dice "abbiamo studiato la strategia usata nelle occupazioni organizzate a Madrid. Volevamo fare qualcosa perchè non eravamo d'accordo con il piano di studi".
Il racconto di alcuni professori di Virginia, che preferiscono rimanere anonimi, completa il quadro e aggiunge dettagli su com'è cominicata la mobilitazione: "E' successo tutto a filosofia. Sono riusciti a convocare più di mille studenti a un incontro con il rettore, Francsco Tomàs, che aveva accettato di dialogare con loro. Tre aule piene. Così è nato il movimento. La maggior parte dei ragazzi ha cominciato a sentir parlare del processo di Bologna solo allora".
Il passo successivo è stato presentarsi alle elezioni del senato universitario. Il movimento è riuscito a far eleggere alcuni rappresentanti, garantendosi così la possibilità di far sentire la sua voce al di là delle proteste e delle occupazioni. Gli studenti hanno fatto lo stesso alle elezioni di ogni consiglio di facoltà, seguiti poi dagli altri atenei (ndr, l'Onda Anomala della Sapienza è irrapresentabile e quindi ciò ha permesso la presenza nel senato accademico di componenti a noi ostacolanti come Azione Universitaria e Comunione&Liberazione; correggetemi se sbaglio!). Virginia spiega che i contatti avvengono via email, attraverso una pagina web e un forum online. Gli studenti chiedono maggiori investimenti per l'istruzione superiore e contestano le autorità che pretendono di mettere in moto la riforma di Bologna senza spendere nulla e con le università già piene di debiti. Sotto accusa ci sono il governo e le amministrazioni locali.
Le occupazioni sono i principali luoghi di incontro e di studio. Nelle assemblee aperte nascono gruppi di lavoro e commissioni, che si occupano della comunicazione, di trovare i fondi per finanziare le mobilitazioni, di studiare e di scrivere documenti e comunicati stampa. Tutto il lavoro fa capo ai gruppi di coordinamento che regolano i rapporti tra le assemblee.
Secondo Carlos Berzosa, il rettore della Complutense, gli studenti "hanno tutto il diritto di esprimersi, discutere e chiedere informazioni ma la mancanza. Ma la mancanza di rispetto per le persone o per i beni pubblici e l'interruzione del normale funzionamento dell'università sono inaccettabili". Nonostante queste parole, il suo atteggiamento, come quello di tutti i rettori, è conciliante: "Invitiamo gli studenti a partecipare all'elaborazione dei piani di studio. Contiamo su di loro per garantire una didattica di qualità".
Denunce e occpuazioni
All'Univeristat Autònoma di Barcellona, l'unico indizio da cui si intuisce che è in corso una protesta sono le scritte contro la riforma. Sono ovunque: per terra, sui muri, sulle scale. Anche se l'atmosfera è tranquilla e di assoluta normalità, è qui che si concentra la mobilitazione più forte contro il processo di Bologna. Il campus è come una piccola città. Costruito in mezzo alla campagna, ha un aspetto moderno, anche se ha già qualche decennio, e ospita circa quarantamila studenti. "Oggi ci sono dunque facoltà occupate: lettere, comunicazione, psicologia, scienze dell'educazione e scienze politiche, dove però la didattica è stata sospesa solo in parte", spiega Sergi Varavaca, uno degli studenti dell'assemblea di lettere.
In tutte queste facoltà a volte gli studenti impediscono lo svolgimento delle lezioni e non fanno entrare i docenti in aula. Ma l'atmosfera più tesa si respira a lettere, dove ci sono circa quattromila studneti divisi in otto corsi di laurea. Alcuni professori vivono la mobilitazione che va avanti da mesi, con grande tensione; altri affermano di capire le ragioni dei ragazzi. In questi giorni il principale argomento di dibattito all'Autònoma è la situazione dei ventisette studenti su cui pende una denucnica per alcuni disordini che risalgono alla fine di maggio. I ragazzi rischiano di essere espulsi per un periodo che può variare tra uno e unidici anni. [...]
Sulle occupazioni spesso le opinioni di studenti, professori e personale sono diverse. Alcuni considerano le manifestazioni delle ragazzate, mentre altri ritengono che sia arrivato il momento di prendere dei provvedimenti. Non è accettabile, afferma il rettore dell'Autònoma Lluìs Ferer, un modello di università "in cui si consenta a dei gruppi di studenti di interompere le lezioni. Bisogna scegliere da che parte stare e ci devono essere regole minime per impedire aggressioni alle cose o alle persone. Temo che alla fine queste proteste finiranno per danneggiare l'università pubblica e per avvantaggiare quella privata". Intanto, spiega Sergi Varavaca, i ragazzi stanno chiedendo il ritiro delle denunce.
L'altra richiesta avanzata dall'assemblea dell'Autònoma è la convinzocazione di un referendum vincolante in cui tutta la comunità univeristaria possa votare per decidere se bloccare il processo di Bologna. In realtà una consultazione pubblica è già in programma in tutti gli atenei catalani, ma non ha carattere vincolante. "Se la riforma dovesse passare comunque, vogliamo un aumento degli investimenti pubblici per la sua applicazione", speiga Sergi.
Molti studenti appoggiano queste richieste, ma molti altri chiedono che la vita accademica torni alla normalità. La maggior parte di quelli che sono contrari alla riforma ma non partecipano ale assemblee sembra, invece, avere le idee confuse. Alcuni hanno imori infondati: per esempio la scomparsa del corso di laurea in storia dell'arte e la sostituzione delle borse di studio con il sistema dei prestiti d'onore, da restituire una volta trovato lavoro.
Entrambe le novità sono state smentite ufficialmente dal governo e dalle autorità universitarie, ma gli studneti continuano a temere che il nuovo sistema metterà un'ipoteca sulla loro esistenza. Sono quste paure ad aver sinto molti ragazzi ad aderire al movimento: l'ingresso dei privati nel finanziamento degli atenei e la scomparsa delle facoltà meno redditizie sono le preoccuapazioni più diffuse nelle assemblee.
Informazione e democrazia
A circa quindici chilometri dal campus dell'Autònoma c'è la città. In pieno centro altri studenti hanno occupato il rettorato e tre facoltà dell'Universitat de Barcelona, ma le lezioni sono state interrotte. "Non sarebbe coerente, noi siamo per una migliore qualità dell'insegnamento", spiegano alcuni ragazzi. er risolvere il problema, continuano, bisogna dare informazioni corrette sul processo di Bologna e sulle sue vere conseguenze. Secondo loro, le colpe sono del governo e delle università, che ora sono chiamate a trovare soluzioni pratiche per i singoli problemi -dell'organizzazione delle borse di studio al prezzo dei master- e che dovranno evitare la mercificazione dell'insegnamento.
Tutti sono molto impegnati nella mobilitazione. A motivarli è soprattutto la voglia di democrazia: le istituzioni, accusano, li hanno scavalcati e non hanno chiesto il loro parere sulla riforma, che nessuno si è preso nemmeno la briga di spiegargli.
Gli studenti che oggi manifestano contro il processo di Bologna sono idealisti e hanno un'idea del bene pubblico che fa a pugni con la realtà. Inoltre hanno un forte senso di appartenenza all'università, dove passano la maggior parte delle loro giornate. "L'università non appartiene ai rettori nè ai ministri. L'università siamo noi studenti, i professori e il resto del personale", spiegano i ragazzi della Complutense di Madrid.
Così si torna al cuore della questione: gli studenti hanno l'impressione che nessuno abbia preso in considerazione le loro idee, scontano un grave deficit di partecipazione democratica e una precarietà lavorativa a cui si sentono inevitabilmente destinati, soprattutto i laureati nella materie umanistiche. Il futuro di questo movimento è difficile da prevedere. Molti docenti sono convinti che le occupazioni non potranno reggere a lungo, e un gran numero di studenti è contrario alle interruzioni della didattica. Il governo si è impegnato a dare risposte concrete alle domande dei ragazzi. Ma la macchina organizzativa del movimento non si ferma: ora gli studenti hanno creato un sito che raccoglie tutte le informazioni in arrivo dalle assemblee delle università mobilitate.
Anche se sanno di non essere la maggioranza, i partecipanti alle occupazioni assicurano che non interromperanno la loro lotta.

Susana Pérez de Pablo e J.A. Aunion, El Pais. Tratto da Internazionale n°775